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I lavori che non esisteranno più. Il tuo è uno di questi?

Alcuni di questi lavori non esisteranno più nel giro di qualche anno. Inutile puntare su alcuni di questi, secondo lo studio ormai risalente al 2013, ma ancora attualissimo, dell’Università di Oxford. Non è una novità sentir parlare di automazione nel mondo del lavoro, ma in alcuni settori il sistema sta registrando una accelerazione considerevole. Ecco dunque che alcune attività, un tempo attraenti, non sono più di nessun appeal per le aziende, e gli aspiranti dipendenti d’azienda non dovrebbero assolutamente puntare su alcuno di questi.

Un rapporto di PwC PricewaterhouseCoopers – società internazionale di consulenza direzionale, revisione di bilancio, consulenza legale e fiscale – stima che nel Regno Unito potrebbero sparire più del 30% dei lavori attuali, entro il 2030.

I posti di lavoro a rischio

Quali sono i posti di lavoro a rischio, quali posizioni saranno le più facili da sostituire con la tecnologia?
Lo studio dell’Università di Oxford al riguardo fa ancora da indicatore, nonostante sia ormai datato al 2013. Non c’è da rallegrarsene, però, perchè la situazione non può che essere peggiorata per gli umani, e migliorata per le possibilità di impego di robot e sistemi automatici.
Alcune professioni hanno una probabilità addirittura del 99% di essere automatizzate nel prossimo futuro. Davvero inutile farci conto, a questo punto. Eccone una lista:

  • Personale per inserimento dati
  • Tecnici di Biblioteca
  • Lavoratori su processi fotografici
  • Consulenti Fiscali
  • Agenti di trasporto e logistica
  • Riparatori di orologi
  • Assicuratori
  • Tecnici matematici
  • Telemarketing
  • Venditori

Cos’hanno in comune queste attività? Sono ripetitive, sempre uguali, e per un computer sono l’ideale. Lui non sbaglia, non si distrae, non va a fumare una sigaretta e non fa pausa obbligatoria per videoterminalisti, o pausa per il pranzo.

I lavori ancora necessari

All’opposto della lista di ben 700 lavori abbiamo, al contrario, tutte quelle attività che richiedono l’ingegno umano. Quella parte di cervello che un computer non ha ancora imparato a imitare, se non a grandi lineee.
Tutte le attività dove la creatività fa da padrona.

Ad esempio abbiamo:

  • Terapisti
  • Supervisori di attività meccaniche e di riparazione
  • Gestione delle emergenze e supervisione
  • Assistenti sociali e addetti a seguire gente con problemi di abuso
  • Audiologi
  • Terapisti del lavoro
  • Ortottista e Protesista
  • Assistenti del settore sanitario

Sono attività che in molti nemmeno conoscono, ma hanno la caratteristica di racchiudere molte competenze insieme, unirle e darne un valore aggiunto.

I lavoratori a basso reddito avranno nuovo futuro

Quasi tutti gli studi sul’automazione e l’utilizzo della tecnologia, comunque, non vedono uno scenario impossibile per i lavoratori a basso reddito e a basso valore aggiunto. Questi lavoratori saranno probabilmente reimpiegati, specialmente se sapranno sfruttare il tempo per acquisire nuove competenze nel campo delle tecnologie.

Non solo – però – nuove nozioni, ma anche creatività e capacità di affrontare problemi in autonomia. Caratteristiche che ora hanno in pochissimi, e, almeno nello scenario italiano, sempre meno, anche nelle generazioni più giovani.

L’educazione in famiglia porta i giovani a non aver bisogno di trovare soluzioni, perchè nella maggior parte dei casi c’è chi le trova per loro. Questo però porta ad affrontare il mercato del lavoro in modo inefficace e infelice, aspettandosi una riproposizione della bambagia – in cui fanno vivere mamma e papà – anche sul lavoro, che non succederà mai.

L’automazione, così come durante la Rivoluzione Industriale e l’introduzione delle prime macchine a vapore, prima in Europa e poi nel Mondo, porterà nel lungo periodo a un maggiore benessere, con una forza lavoro che non sia più tenuta a svolgere alcuni dei compiti più insensati che ora debbano essere sopportati.

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Orsi, film e gestionali: perchè non scelgono voi per un lavoro

Ho avuto, ieri, un interessante colloquio con la responsabile HR di una grande azienda. Abbiamo parlato – ovviamente – di gestionali. Aveva una lista di nomi di software, utilizzati dall’azienda, e me ne ha chiesto conto. Alcuni erano software più o meno famosi, altri sconosciuti o di nicchia, venduti da qualche bravo commerciale che ha saputo valorizzarli. Tranne in un caso, per tutti gli altri il “motore” è lo stesso, e quello che cambia è l’interfaccia, la parte che l’utente vede, la grafica. Che fa però sembrare tutto diverso.

Come quando creano uno scooter in cinque modelli differenti, con lo stesso motore noto e affidabile, preso dallo stesso costruttore.

Ho dovuto muovermi da Roma fino in Alto Adige e non consiglio a nessuno la faticaccia, con treni che assomigliano ai carri bestiame utilizzati in altre epoche, per deportare persone. Nulla che non sia noto, ne sono certo. Alcuni turisti hanno passato tutto il viaggio in piedi nello spazio fra una carrozza e l’altra, pur avendo il posto a sedere, perche “safely, più sicuro”, potendo avere in vista i bagagli. Unica nota positiva, anche per evitare gli starnazzamenti di una vecchia borghese lamentosa per gli odori molesti che, a suo parere, il sedile aveva fatto suoi, la possibilità di vedere un film attraverso il wi-fi del treno. Nemmeno quello funzionava perfettamente, ma da un carro simil-bestiame non ci si può aspettare molto di più.

In ogni caso il film, visto e rivisto, ma sempre di gran valore, mi ha fatto riflettere, anche qui pur senza nulla di particolarmente nuovo o eclatante. La protagonista, Paola Cortellesi, rientra dall’estero in Italia come brillante architetto e con molti successi nel proprio portfolio, per trovare un mondo del lavoro maschilista e basato su logiche – appunto – da film. Il film, invece, racconta la realtà, quella che ognuno trova nel mondo del lavoro cui spererebbe di far parte.

Il film – Scusate se Esisto! – spiega come la Cortellesi, davanti a un progetto per la riqualificazione di un quartiere romano, Corviale, si debba per forza fingere un uomo, e passare attraverso vicende tanto ridicole quanto comuni, per avere una chance. In due parole, deve inventarsi qualcosa di nuovo, per avere una chance.

Nel mio breve soggiorno in Alto Adige, poche ore prima, avevo letto su un quotidiano del problema di lupi e orsi, che sembra spaventare il futuro di molti allevatori locali, e che i politici della zona stanno usando come ricettacolo di voti. Ovviamente la vicenda è più complessa di così, e animalisti e ambientalisti insistono – giustamente – con un punto di vista che non semplifichi in due fucilate il problema.
Un intervento, fra i tanti, mi ha colpito. Se non ricordo male si trattava di una breve intervista a Maria Vittoria Brambilla. L’articolo riportava le sue parole, a proposito del problema orsi:

“Un’osservazione sorge spontanea: avrebbero potuto pensarci prima, ad esempio prima di varare un piano di ripopolamento dell’orso sulle alpi…”

Un ripopolamento, peraltro, pagato con fondi UE, a quanto sembra.

Vi state annoiando? Va bene, veniamo al dunque.

Cosa c’entra il film della Cortellesi, l’appuntamento con una dirigente di una grande ditta Altoatesina, il ripopolamento di lupi e orsi e il problema che sembra derivarne?

Sono tutti esempi di come dovrete necessariamente affrontare situazioni sbagliate già in partenza, gestite male, create peggio.

Difficile, se non impossibile, porre rimedio “dopo”. Come con gli orsi. Avranno interpellato esperti della materia? Avranno chiesto a chi si intende di orsi, a chi li ha studiati, e avranno domandato la possibilità di qualche problema successivo al reinserimento di un animale che, evidentemente trovandosi bene nella nuova casa, avrebbe cercato una compagna, o un marito orso, e poi riprodotto?

Nel caso dei gestionali, invece, il commerciale che li ha proposti come soluzione perfetta per l’azienda, o il personale interno che li ha scelti, ha valutato tutte le opzioni? Se è così, perchè ne ha fatti adottare molti, per lo stesso lavoro, anche se – come sembra – utilizzano lo stesso motore, pur chiamandosi in modi diversi? Non sarebbe stato forse meglio adottare una soluzione abbastanza potente da guardare al futuro, e ripartire il budget – e sicuramente risparmiare – per un software unico, invece che adottarne cinque o sei diversi?

Con le opportune cautele, come vedete, il mondo gira esattamente come ha raccontato la Cortellesi nel suo film. In un modo o in un altro esiste qualcuno che, per un picccolo o grande vantaggio, comunque momentaneo, sfrutta l’ignoranza (è ovvio, non si può conoscere tutto) a proprio favore. Una soluzione, o forse l’unica, è purtroppo diventare altrettanto furbi, se si ha sufficiente pelo sullo stomaco.

Se non lo avete, come anche chi scrive, siete destinati a tenere per voi ogni commento sugli altrui errori, al massimo discuterne con i vostri familiari, a cena.

Ora sapete un altra ragione per cui, alla vostra età, non siete stati scelti per il lavoro dei vostri sogni. Altri, più furbi, hanno venduto il loro prodotto – la loro pelle – molto meglio di voi. E se ne fregano se ora ci sono troppi orsi, o se l’ERP è un casino inestricabile, o se Corviale non è stato riqualificato.

N.B.: i fatti raccontati sono solo esempi senza esatta corrispondenza con la realtà, non è stata espressa nessuna opinione politica su avvenimenti reali, e non è per esprimere giudizi che sono state scritte queste poche righe.

Generazione zaino in spalla… ma non per viaggiare

Disoccupati: uomini e donne spesso senza più una speranza. La nuova generazione zaino in spalla.

Inutile guardare le statistiche italiane, l’ISTAT parla del 10,3% (clicca qui per i dati a Maggio 2018): una persona su 10 è un disoccupato. Molti di voi hanno studiato, almeno un po’, la statistica, a scuola. Abbastanza per capire che si tratti di un dato talmente generico da non avere molto senso, sul lato pratico.

Quanti di quelli che conoscete, escludendo per un momento i giovani e giovanissimi, hanno perso un lavoro, di recente? Quanti – poi – sono riusciti a trovare una alternativa, diversa dal lavare i piatti in un ristorante (e anche per trovare quello non è così semplice, la concorrenza è esagerata)?

Li vedo ogni giorno in giro, frequentano biblioteche pubbliche e spazi disponibili con wi-fi, con il loro zaino. Quelli che se lo possono permettere, perchè hanno un contrattino temporaneo per qualche consulenza, occupano un posto temporaneo in uno dei molti co-working nati dal nulla, negli ultimi mesi e anni.

disoccupato Lolli Group

Li chiamo la generazione con lo zaino in spalla. Non uno zaino tecnico, da viaggio in interrail (esiste ancora?), non un set acquistato da mamma e papà per viaggiare in tutto il mondo, o in Europa, e conoscere gente, paesi, luoghi nuovi.

Uno zaino che contiene un computer, un caricabatterie di emergenza per il cellulare, un taccuino di una marca nota, unica concessione al lusso o regalo beneaugurale di qualche parente, e un’aria tanto triste da non poter quasi essere raccontata. Che lascia il posto a un sorriso di circostanza, placido e sensibile, davanti a ogni nuovo, possibile cliente.

E’ questa la generazione degli ultra 40 enni, che hanno lavorato come minimo una decina d’anni – più spesso il doppio – in aziende che ritenevano la propria casa. Aziende a cui hanno spesso dato l’anima e il tempo libero, e al cui amministratore delegato hanno risposto al telefono sabato, domenica, il 2 giugno e a ferragosto, dalla spiaggia. In qualche caso ricordano ancora una visita dopo la messa domenicale, in “emergenza”, alla villa del capo, per sistemare un wi-fi a cui i figli, appassionati di Playstation, non riuscivano più ad accedere. O forse una corsa sotto la pioggia battente per portare l’ultimo report prima di un consiglio di amministrazione, perchè lo stesso capo non riusciva a leggerlo bene in PDF, come allegato alla mail.

Sempre per tornare alle statistiche, non il 100% di questi over 40 sono dei geni incompresi. Alcuni hanno passato anni e anni a scaldare una sedia, a cliccare sbuffando su qualche cella di Excel senza capire nemmeno il motivo per cui lo facessero. Sono in pochi, però.

Tutti gli altri hanno un cuore spezzato, che di colpo ha dovuto prendere atto di una riduzione del personale, unica e sola modalità con cui la maggior parte delle aziende italiane pensano di far quadrare i conti. Inutile discuterne, il “costo del lavoro è troppo alto“, “le tasse sono troppo elevate“, “non si riesce ad andare avanti così”.

Ho appena visto – devo dire obbligato, all’inizio, ma poi confesso che in parte mi è piaciuto – lo sceneggiato “Tutto può succedere”, ho osservato la scena in cui l’amministratore della ditta Privitera risponde al team appena costituito per trovare una soluzione al previsto faliimento dell’azienda. In tono seccato ringrazia e ignora l’unica possibile soluzione trovata, tagliare il personale.

Quello, però, è uno sceneggiato, e non sono in molti a comportarsi diversamente. Chi sarebbe mai disposto a cambiare e diminuire ed eliminare i propri privilegi, per recuperare anche solo un dipendente? Chi davvero considera i propri dipendenti come persone, persone da premiare e ringraziare, e non come un livello di poco superiore agli schiavi?

Un mio conoscente, una cara persona, è stato coinvolto, insieme con me, in un esposto a diversi organi giudiziari. Una ditta che conosciamo è decisamente uscita dal seminato, e non parliamo di semplici problemi amministrativi (a qualcuno interessa davvero l’emissione o l’evasione di uno scontrino?), ma di attività che potrebbero preguidicare la salute, anche di bambini. Spero con tutto il cuore che il Magistrato incaricato abbia sufficiente tempo per seguire questa vicenda, e ne aspetto con davvero tanta fiducia le azioni. Mi sono dilungato, ma scusate, mi stava a cuore. Questa cara persona, comunque, fra le molte parole corrette ha detto una frase che mi è rimasta molto impressa. Non dobbiamo lodare un’azienda quando paga gli stipendi, regolarmente, ai suoi dipendenti. Non dobbiamo prenderla come esempio positivo, per il solo essere in regola con il versamento di compensi e contributi. Questa è la norma, e dobbiamo smetterla davvero con tutti questi “però”. Fanno solo il gioco di chi, poi, si sente giustificato a cancellare in un colpo la tranquillità di una famiglia. Perchè un licenziamento di una persona che ha più di 40 anni spazza via tutta la tranquillità, tutta la minima sicurezza, tutte le notti di sonno tranquillo che chiunque abbia tentato di costruire, passo dopo passo, ingoiando amaro e fiele fin troppo spesso.

La generazione zaino in spalla non ha alcuna speranza, nel mondo del lavoro. Parliamoci chiaro.

E’ assolutamente inutile sforzarsi, nessuno, assolutamente nessuno, ridarà mai un contratto a tempo indeterminato, e nemmeno determinato.

Le eccezioni sono talmente poche da poter essere oggetto di un libro che sto scrivendo, appunto “Generazione zaino in spalla”. E un sito web che prenderà vita a brevissimo, dove saranno raccontate anche tutte le esperienze di chi ha dovuto subire. Per tentare di sopravvivere.

Eccezione sono le aree in Italia, e soprattutto all’estero, che ancora cercano qualche professionista dotato. In Italia le zone dove cercare qualche opportunità non troppo infamante, che ancora possa rispecchiare – e rispettare – l’esperienza di anni, sono più spesso al nord. Sembra un luogo comune, ma la Lombardia, come l’Alto Adige, sembrano avere molti più annunci da verificare, rispetto al centro sud, se non altro.

Anche in questo caso approfondiremo nelle sedi opportune, ma non è pensabile buttare al vento tanta esperienza, solo perchè le opportunità per i giovani coprono chi ha fino a 29 anni.

Per la nuova generazione zaino in spalla sono assolutamente certo di apriranno nuove opportunità, posizioni che permetteranno di riprendersi un minimo di orgoglio, portato via da operazioni aziendali folli e mal strutturate.

Sto preparando una serie di consigli e indicazioni, non da Guru, non da teorico della domenica, ma da chi farebbe i salti mortali per avere in azienda una di queste professionalità, per poter usufruire di un know-how creato e perfezionato in anni di attività, e che aziende folli hanno deciso di buttare al vento, magari dopo averci investito migliaia di euro in formazione.

Abbiamo raccolto attraverso Linkedin una serie di testimonianze reali. Persone laureate anche più volte, e con dottorati di ricerca nel cv, che hanno dovuto fare i servi di padroni con la terza elementare. Gente con esperienze importanti che si trova a doversi fare il segno della croce ogni giorno, prima di entrare in ufficio. Persone capaci di contratti milionari relegate a fotocopie o attività completamente diverse da quelle per cui sono state assunte. Lavoratori, in breve, che hanno dato l’anima per la propria azienda, sbattuti via da un giorno all’altro con una telegramma o una lettera, quasi come avessero una colpa.

Lolli Group si sta riorganizzando per dare una posizione prima di tutto a questi ultra 40 enni che si sono trovati senza la dignità di un lavoro, nonostante il costo del personale, nonostante i mille ostacoli. Lolli Group ha bisogno di professionalità, e vogliamo persone che si convincano di lavorare in una – piccola – famiglia.

Sembra diventato normale, in questa nostra “italietta”, sbarazzarsi dei quadri e livelli più alti, rimpiazzandoli con stagisti tuttofare da 500 euro al mese. La generazione zaino in spalla, però, esiste. E sta diventando sempre più numerosa. Tentare di sbarazzarsene, girando la testa per non guardare, è semplicemente assurdo, e porta alla rovina le aziende che intraprendano questa strada. Quelle aziende che non sono in alcun elenco di “migliori”, ma semplicemente sopravvivono e annaspano per tenersi a galla.

Se siete arrivati a leggere fino qui, lasciate un commento anche breve, anche anonimo.

Saremmo – se al contrario ci lasciate un contatto – felici di potervi ricontattare, per saperne di più, mantenendo ovviamente tutta la privacy indispensabile e necessaria. Fateci sapere che avete letto, e vi sentite un po’ generazione con lo zaino in spalla. Per cambiare le cose c’è bisogno di coraggio e forza, c’è bisogno di unione, coordinamento, fiducia. Scriveteci, raccontateci la vostra storia. A brevissimo sarà online il nuovo sito web, dedicato a tutti gli -enni che hanno perso un lavoro. E scoprirete quante possibilità esistono.

Scriveteci anche via mail all’indirizzo: gzs@lolligroup.com (clicca qui per mandare una mail)

 

 

 

Troppi geni incompresi

steve-jobs-lolli-groupE’ un periodo in cui sento solo lamentele per il lavoro inesistente, o per la difficoltà a trovarne. Sono molto vicino a chi ha questo problema, e so davvero quanto possa essere importante per una persona avere una attività onesta ogni giorno. Importante per la propria serenità e orgoglio, per sentirsi al mondo, per sentire la propria vita utile a se stessi o ad altri.

Contemporaneamente, però noto dei comportamenti davvero aberranti e folli, da parte di chi il lavoro lo ha, o lo vorrebbe ottenere. Non parlo della famosa “follia” tanto reclamizzata, che appare in un commento di Linkedin su due, quella di cui parlava Steve Jobs (che, appunto, era Steve Jobs…). Parlo di una follia pura, follia negativa.

Intanto la maggior parte di chi si approccia al mondo del lavoro – o cerca un cambiamento – pensa di essere uno dei pochi geni incompresi della società. In Lolli Group cerchiamo spesso collaboratori per scrivere sui siti web dei nostri nuovi clienti, per tenerli aggiornati e vitali, per movimentarli anche quotidianamente con pezzi pertinenti all’argomento oggetto del business aziendale. Non siamo certo noi i migliori al mondo, ma qualcosa ne sappiamo. Le attività di SEO sono le prime di cui ci siamo occupati nel 1989, ed erano in quel periodo il core business dell’azienda Lolli Group – che all’epoca si chiamava in un altro modo. Nessuno sapeva nemmeno di cosa parlassimo, e cosa volesse dire apparire primi, o fra i primi, nei motori di ricerca.

Leggiamo molti curricula ogni settimana, e ci capita spesso di sfogliare gli articoli scritti dai nuovi, incompresi, super giornalisti che si propongono, che sembra ci degnino della loro attenzione. Evidentemente sul web c’è qualche pagina in cui si parla di un compenso base, perchè la maggior parte di questi propone articoli un tanto a parola: da sedicenti esperti SEO scrivono articoli da 300 parole a 20 euro cadauno. Sembra piuttosto si tratti di patate, un tanto al chilo, piuttosto che articoli di news. Salvo poi avere articoli di prova, ben reclamizzati sul web, con errori che nemmeno un bambino di terza elementare commette: il più frequente è un bel “Qual’è” con l’apostrofo, seguito a ruota da “accellerazzione“, e subito dopo un fornitissimo elenco di congiuntivi misti, scambiati per condizionali.

Pensate sicuramente che esageri: purtroppo non è così, questa è la realtà davanti cui si trovano in molti con l’ingrato compito di selezionare risorse umane. Nessuno vuole una persona perfetta, quando cerca collaboratori, ma il primo requisito, e non credo riguardi solo la mia azienda, è l’onestà intellettuale, il saper riconoscere i propri limiti e magari sottolineare le proprie capacità, che non necessariamente sono quelle di moda, come il SEO troppo spesso citato.

Se qualcuno si propone come grande esperto di SEO, io vorrei almeno vedere un paio di esempi, qualche analytics da cui possa facilmente notare un traffico aumentato, in un sito, dopo l’aggiunta di articoli con le opportune parole chiave. Vorrei vedere i risultati, insomma, non leggere o sentire parole, e costi un tanto al chilo. Vorrei poi sapere cosa abbia letto, l’esperto, cosa abbia studiato e quali esempi io possa leggere per sapere che ha compreso le lezioni; soprattutto voglio rendermi conto che il futuro collaboratore si mantenga sempre aggiornato sulle ultimissime novità dei motori di ricerca, che, come sanno i veri esperti SEO, cambiano algoritmi di continuo. Purtroppo quello che valeva nel 1989, per cui in Lolli Group avevamo scritto addirittura un manualetto, non vale più oggi, nel 2017.

Volete un nuovo lavoro? Volete una azienda che possa valorizzare le vostre capacità? Lasciate perdere il “siate affamati, siate folli”. Siate, invece, onesti, e parlate di quello che sapete davvero fare: le chiacchiere non servono, non aiutano e vengono scoperte in un lampo.

 

 

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